E’ dura la vita in pandemia, anche per un’investigatrice.

E’ dura la vita in pandemia, anche per un’investigatrice

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Era il settimo giorno di quarantena e cercavo come potevo di distrarmi e tenere allenata la mente. Ero in ufficio da sola, d’altronde tutti i miei colleghi preferivano lavorare da casa. Potevo capirli, in quei giorni c’erano pochi casi da risolvere, alle persone restando a casa non accade quasi nulla. Perciò sono stata contenta di sentire il mio telefono squillare. Presi la cornetta curiosa di sapere chi fosse e sentii la voce di una donna dall’altra parte. Non era una cosa strana, ma mi parve diverso il suo modo di parlare, era tranquillo. Un fatto raro visto il lavoro che faccio. Lei aveva bisogno del mio aiuto e voleva incontrarmi, però viste le restrizioni e non potendo uscire da casa, mi chiese di raggiungerla. Non incontravo mai i clienti fuori dall’ufficio, ma lei non abitava molto lontano ed io ero tra le persone che potevano uscire senza problemi. Misi il cappotto, avvisai il capo ed uscii dallo studio. La signora viveva in una bella casa, ed anche lei -dovevo ammetterlo- era una bella donna. Dopo i normali convenevoli, m’invitò ad accomodarmi e mi servì un tè caldo. Non eravamo da sole, accanto alla donna c’era un bambina di 7 anni che aveva due occhi celesti profondi come il mare. Si vedeva che aveva smesso di piangere da poco e stringeva gelosamente in mano una foto ed un piccolo plaid. L’ho guardata negli occhi e lei, passandomi la foto, mi disse piano: “E’ tua...” Ho guardato la foto un po' bagnata, c’era un tenero gattino con un fiocchetto rosso al collo, ma non capivo cosa volesse dirmi. Mi girai verso la signora e la guardai curiosa, lei mi fece segno di uscire dalla stanza , voleva parlare senza la presenza della bambina. “Ascolti” – mi disse “ è scappato il gatto!” spalancò le braccia “A me non importa troppo di quella piccola creatura, però Patty -mia figlia- è stata tutto il giorno a piangere per questo maledetto gattino. Mi può aiutare?” Non volevo offendere la signora e rimasi in silenzio mentre continuava a parlare “Faccia anche solo finta di cercalo, ma mi aiuti a consolarla!” disse abbassando la voce “La pagherò, come se fosse una vera indagine” la fermai prima che dicesse altro “No signora, io non faccio indagini finte. Questo è il mio lavoro, non ho tempo da perdere, mi scusi!” La signora mi guardò dritto negli occhi “A questo punto, le chiedo di cercare il gatto di mia figlia Patrizia.” Rimasi in silenzio, ero combattuta . Da una parte c’era una signora che si era dimostrata insensibile e antipatica e che non meritava il mio aiuto, dall’altra c’era una bambina che soffriva realmente per la scomparsa del suo tenero amico. Sarebbe stato bello far tornare quegli occhi a sorridere. Quegli occhi celesti, sfregiati dal rossore delle lacrime mi avevano colpito. Se da un lato il mio orgoglio mi diceva di girarmi ed andare via, dall’altro la mia anima mi chiedeva di aiutare quella bambina. Scelsi la strada dei sentimenti. Risposi alla signora “Si, indagherò sulla scomparsa del gatto di Patty”. Guardai la foto un’altra volta ed uscii alla sua ricerca. Era un gattino come molti altri, dal mantello color cannella con le strisce marroncino chiaro, naso rosso ed orecchie a punta. L’unica cosa che lo differenziava era il fiocchetto. Uscita da quella casa m’interrogavo. Come faccio a cercare un gattino? Sono in grado di cercare le persone, ne ho trovate tante, ma un gattino? Mica posso andare a suonare ai vicini della signora, per chiedere se hanno visto un gatto e fargli vedere la foto? Mentre pensavo, camminavo senza alcuna destinazione precisa. Suonai il primo campanello, mi aprì un signore a cui feci vedere i miei documenti per chiedergli del gatto. Mi guardò come se fossi matta, ma dovevo restare calma e resistere per quegli occhi celesti. La risposta fu negativa, mi rimproverò che con il mio comportamento lo stavo mettendo in pericolo chiedendo cose inutili. Dopo sei ore, nonostante le ricerche ed il supporto dei colleghi che ispezionavano con il Drone quel paesino dall’alto, non avevamo alcun indizio. Ma non mi arresi, con la testa bassa andavo dritto per la mia strada, fino a quando per caso nei cespugli verdi vidi una oggetto rosso. Mi avvicinai e capii che la fortuna mi stava premiando: impigliato tra i rami c’era proprio il fiocchetto dalla foto. 'Allora il gattino era passato di lì' pensai. Dovevo continuare le ricerche. Proseguii seguendo il mio intuito che mi portò in un boschetto lì vicino, e dopo poco qualcuno rispose al mio richiamo. Sentii un miagolio e mi avvicinai lentamente a quella vocina. Finalmente l'avevo trovato, era lui. Tutto sporco, bagnato, con una zampa sporca di sangue, era ferito ma avevo risolto l’indagine. Lo presi tra le braccia, tremava dal freddo e della paura. D’istinto mi misi a correre verso l’auto, lo portai da un veterinario per curarlo e poi direttamente a casa da Patrizia, ancora fasciato. La bambina subito riconobbe il suo amichetto, mi saltò tra le braccia e mi baciò le guance come se fossi un’eroina. Non si preoccupò del coronavirus e per un attimo anch’io dimenticai la tragedia che stavamo vivendo. Tornai in ufficio felice e consapevole di aver salvato una vita ed un sorriso: quello di Patty e del suo gattino.

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